Chi c’è dietro lo studio e come hanno fatto
Un team delle Università di Columbia e di Buffalo ha condotto la ricerca utilizzando un’intelligenza artificiale (non è stato indicato un nome specifico) per analizzare un enorme database di 60.000 impronte digitali. Le implicazioni sono vaste: interessano non solo la polizia scientifica, gli investigatori e i tribunali, ma anche chi sviluppa dispositivi biometrici come smartphone e computer, chi si occupa dei controlli di frontiera e, potenzialmente, i pirati informatici che potrebbero cercare di sfruttare la scoperta.
L’IA non ha solo riprodotto l’approccio umano. Mentre l’analisi tradizionale si concentra sulle “minuzie” delle impronte — piccole variazioni nella trama, come una linea che finisce o si biforca — la macchina ha guardato alla struttura globale. Analizzando l’angolo di curvatura e l’orientamento delle creste al centro del dito, l’IA ha trovato somiglianze strutturali tra impronte di dita diverse appartenenti alla stessa persona.
Dati e risultati sorprendenti
I risultati statistici riportano una confidenza matematica del 99,99%, ma la precisione reale dell’IA nel riconoscere somiglianze strutturali è stata del 77%. In pratica, su 100 coppie di dita diverse della stessa persona, l’IA le riconosce come correlate 77 volte — contro lo 0% di successo degli esperti umani (secondo lo studio).
Un altro risultato notevole: l’IA è stata in grado di ridurre una lista di 1.000 sospetti a meno di 40 candidati in pochi secondi. Pur essendo la precisione del 77% considerata insufficiente per provare un caso in tribunale, rimane un progresso significativo rispetto al passato.
Lo studio mostra anche che ora è possibile collegare impronte provenienti da dita diverse in scene del crimine diverse — per esempio un indice su una scena e un pollice su un’altra — aprendo nuove piste investigative che prima non si potevano esplorare.
Cosa cambia nella pratica e i rischi per la sicurezza
Gli autori avvertono che la tecnologia non è ancora pronta per essere usata in aula come prova definitiva, ma può funzionare molto bene come generatore di piste. I ricercatori segnalano anche un rischio concreto: un pirata informatico potrebbe sfruttare gli schemi ricorrenti per aggirare sistemi biometrici, come quelli degli smartphone.
I test, condotti su diversi gruppi demografici, hanno mostrato prestazioni generalmente consistenti. Tuttavia la precisione è risultata leggermente superiore quando addestramento e test erano fatti all’interno della stessa demografia (il che sottolinea l’importanza di avere dataset diversificati per evitare pregiudizi algoritmici).
Questo studio spinge a ripensare davvero cosa significhi unicità biometrica. Gli esperti parlano di un “sisma”, ma nonostante la prudenza la possibilità di trovare collegamenti prima invisibili rappresenta un passo entusiasmante nelle indagini criminali. Mentre la tecnologia diventa sempre più pervasiva, sarà fondamentale sfruttare queste scoperte in modo responsabile, trovando il giusto equilibrio tra innovazione, sicurezza ed etica.